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7 Febbraio 2006

I PRONIPOTI DI LEONARDO

Esiste una ricerca denominata PISA, Programme for International Student Assesment, che rappresenta lo studio più attendibile sulle prestazioni scolastiche dei quindicenni nei paesi sviluppati. Misura la comprensione dei testi scritti e le conoscenze di matematica e scienze naturali, nonché l’attitudine a risolvere problemi.


Questa ricerca viene fatta ogni tre anni, e i dati relativi al 2003 per quanto riguarda l’Italia sono a dir poco agghiaccianti. Su un totale di 30 paesi Ocse presi in esame, gli studenti italiani risultano al 25° (VENTICINQUESIMO!) posto per capacità di leggere e interpretare testi scritti. Nel 2000 erano ventesimi, in tre anni hanno perso cinque posizioni. Per capacità di risolvere i problemi siamo addirittura VENTISEIESIMI.
Questa, all’inizio del terzo millennio, è la giovane generazione erede dei geni rinascimentali. Questo è anche -secondo gli ultimi dati-un paese con 15 MILIONI di semianalfabeti.
Nel 2004 un’altra ricerca, stavolta dell’Eurisko, ha cercato di definire cos’è la creatività per gli italiani, che secondo la tradizione dovrebbero interdersene. Ebbene, per il 64% degli intervistati la creatività è fantasia, impulso, illuminazione che non si sa da dove arriva. Solo per il 51% è associata all’intelligenza, e solo per il 31% ha qualcosa a che fare con la cultura.
Per il 73% degli italiani la creatività è una dote innata.
Quindi dovremmo concludere che viene anche trasmessa geneticamente e questo ci consente di affermare che, in quanto pronipoti di Leonardo, possiamo dormire tra due guanciali: siamo geniali solo perché siamo italiani, e siamo colti per diritto di nascita, perché il Colosseo, il David di Donatello e pure la Gioconda –che è proprio un’ingiustizia che ce l’abbiano i Francesi- è tutta roba nostra. La cultura, noi italiani, ce l’abbiamo nel DNA. Sono gli altri che devono sforzarsi, quelli che hanno sì e no trecento anni di storia. Noi eravamo civili quando gli altri erano barbari. Ma è davvero così?
Ci sono, è vero, dei dati confortanti: alla fine del 2004, secondo il rapporto “World in figures” redatto dalla prestigiosa rivista The Economist, l’Italia continua ad essere il settimo sistema economico del mondo per PIL. L’ottavo del mondo per potere d’acquisto. Il settimo per produzioni industriali. Se si passa ad altri indicatori, però, precipitiamo nella classifica: al 42° posto per competitività, un indice di innovazione che ci accomuna ai paesi dell’ex blocco sovietico, ma soprattutto un brutto 20° posto per produzione di brevetti pro capite: questo è il numero che davvero rappresenta l’”efficienza creativa” di un paese. Certo, siamo campioni nel consumo di telefonia, ma nell’accesso alle tecnologie informatiche siamo al 28° posto, e restiamo ventottesimi nella classifica che riporta il numero di computer ogni 100 persone.
In molti paesi la classe creativa rappresenta ormai quasi il 30% della forza lavoro (Olanda, Finlandia, Inghilterra, Irlanda), superando di gran lunga il numero dei colletti blu. In Italia questa percentuale è ferma al 13%.
L’Italia registra risultati deludenti anche in tema di innovazione industriale e tecnologica. Se il 28% dei brevetti prodotti dalla Finlandia riguarda alte tecnologie, in Italia appena il 13% dell’innovazione nasce da questi settori.
La percentuale di ricercatori e scienziati è solo dello 0,3% della forza lavoro (l’1,1% in Finlandia), per non parlare della fuga di cervelli che da anni porta via dal paese risorse umane fondamentali, che però qui non riescono ad esprimersi e a veder riconosciuto il loro lavoro.
Non si può sapere dove nascerà il prossimo genio: i talenti vengono dalla strada quanto dall’università, ma non incoraggiare queste doti in tutta la popolazione è un enorme spreco di potenziale creativo. E incoraggiarle significa investire nella cultura e nell’istruzione, creare e promovere strutture che mettano a disposizione conoscenza, perché la creatività non è un impulso incontrollabile ed episodico, non è un’illuminazione che arriva dal cielo. La creatività è la rielaborazione di informazioni già acquisite, e per svilupparsi ed essere viva ha bisogno di stimoli continui che le consentano di produrre idee, innovazione, competitività, eccellenza.
La banalizzazione del nostro passato rinascimentale lascia il tempo che trova: i talenti di 500 anni fa non nascevano come funghi dal nulla o per volere divino. C’erano città, corti e sovrani che investivano in chi sapeva dipingere, costruire, calcolare e scrivere. C’era un sistema che coltivava, e la cultura –anche etimologicamente- non è altro che coltivazione, e per questo ha bisogno di un sistema di riferimento, di un terreno fertile e lavorato con fatica.
L’Italia ha già in sé molte risorse, che aspettano solo di essere valorizzate: città come Roma, Milano, Firenze e Napoli sono tutte potenziali candidate a diventare i prossimi centri creativi, e molti piccoli centri hanno le carte in regola per diventare laboratori di cultura e creatività. Una città relativamente piccola come Austin -nel Texas- è seconda solo a San Francisco come motore creativo degli Stati Uniti.
E qui da noi, non può essere da sola la presenza del Colosseo o di Piazza della Signoria a decretare il successo dell’Italia nell’attrarre talenti creativi che le restituiscano dignità culturale, e non basta aver dato i natali a Leonardo per considerarsi produttori di cultura per diritto di nascita. Non solo: la cultura è un motore economico, perché alimenta la creatività che è alla base dell’innovazione, che è alla base della competitività, che è alla base del successo economico di un sistema paese.

Fonti:
L’ascesa della nuova classe creativa, di R.Florida
La creatività a più voci, di A.Testa


1 Commento a “I PRONIPOTI DI LEONARDO”

  1. lipitor side effects scrive:

    lipitor side effects…

    lipitor side effects…

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