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25 Maggio 2006

Le politiche culturali

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Grandi numeri, per il sistema museale romano: nel primo quadrimestre 2006 a staccare il biglietto d’ingresso sono stati 434.900 visitatori, nello stesso periodo del 2005 erano stati 283.832. E ora non si ritiene utopistico puntare al milione e oltre. Questi sono i dati pubblicati sul sito www.comune.roma.it . E’ indubbio che Veltroni abbia condotto una valida operazione di marketing riscattando l’immagine di Roma nel mondo quale polo di attrazione culturale e turistica che dimostra nei fatti quello che diciamo da sempre, ovvero che l’investimento in cultura produce risultati certi e significativi. Ora però occorre fare un passo in avanti, occorre lavorare sui contenuti e quindi sulla qualità del prodotto offerto. Il “prodotto culturale” romano prima ancora che italiano soffre di provincialismo rispetto ai paesi europei. Non si capisce perchè quando si va a Parigi, a Barcellona o a Berlino si debba rimanere stupiti di fronte alla programmazione, all’allestimento e alla realizzazione di eventi culturali, mostre, concerti e spettacoli che lasciano trasparire uno studio, un’attenzione e una pianificazione a monte che appare sconosciuta al Belpaese. Intercettare una domanda di turismo culturale e accogliere pulmann di turisti non è di per se sufficiente a garantire un’offerta qualitativamente valida. Si rischia, se non si investe nell’innovazione e nella formazione di tecnici, creativi e specialisti, di fare di Roma e del nostro patrimonio storico materiale per un parco a tema, dei “villaggi della storia” dai tratti vagamente vernacolari.

La domanda di cultura c’è, l’offerta è varia e investe livelli diversi, da quelli istituzionali (musei e grandi enti) a quelli più diffusi (associazioni, gallerie, piccole medie strutture) ma ancora troppo legata all’iniziativa di singoli operatori che si muovono senza un progetto comune e senza risorse.

Alle istituzioni e quindi innanzitutto agli enti locali, il compito di convogliare le energie migliori su un indirizzo unitario, mediante una politica che offra spazi, risorse ed occasioni a chi opera, che sappia coinvolgere investitori privati e che eviti il rischio di accentrare la produzione nelle mani del potere centrale. Questo è stato il rovescio della medaglia delle politiche culturali anche dei comuni più attenti e forse era un passaggio obbligato per ripartire. Ma ora dobbiamo superare questo meccanismo se non vogliamo correre il rischio di insterilire l’offerta e continuare a mantenerci nella dimensione dell’”appena sufficiente”.


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