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1 Ottobre 2007

Corpi e matrici

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Corpi e matrici
GIUSEPPE DE MARCO
MARCELLO DI DONATO

HYBRIDA CONTEMPORANEA
VENERDI 5 OTTOBRE 2007 - ORE 20.00
VIA REGGIO EMILIA 32B 00198 ROMA

Visioni tra corpi e matrici.
Sull’opera di Marcello Di Donato e Giuseppe De Marco
(di Alfonso Amendola)
“L’unica cosa certa è l’urlo” (Ingeborg Bachmann)

Visione. Visio (nella definizione di Macrobio) è “qualcosa che accadrà esattamente come era apparsa”. Una dimensione della “visione”, quindi, come apparizione e conferma di un qualcosa di “interiore” o di “accaduto” che nella sua rappresentazione (realistica o simbolica, mitica o politica, essenziale per svuotamento o piena nella elaborazione) torna nello spazio composito del segno come forza d’interiorità, come sostanza del tempo (dove l’archetipo – quando presente- ci indica un punto di profonda consapevolezza critica ed emozionale). Le visioni di Marcello Di Donato e quelle di Giuseppe De Marco s’incontrano e si confrontano nel reciproco desiderio di raccontare la propria contemporaneità, la temperie del proprio tempo rigorosamente partendo dal rigore della visione. Una visione che per De Marco, da un punto di vista strettamente contenutistico, tende a realizzarsi nello scenario composito del politico (un tempo si sarebbe detto “militante”) e riconosce nella radicalità della composizione e dell’assemblaggio pittorico-digitale dei suoi guerrieri la propria tensione espressiva, con precisi rimandi al ritmo filmico e al “movimento” audiovisivo (come il video mandato a loop ne è ulteriore testimonianza e continuità). Mentre Di Donato spinge lo sguardo del proprio racconto del suo Herculanum verso l’essenzialità del fotografico, realizzando una fotografia “tagliata” dove nel riproporre ombre d’arcaico, fabule dal mitico, nel principiare la frammentazione del suo bianco e nero o nella costruzione di guerrieri ultra-modern, inscrive la propria visione. In ambedue il corpo (o la sua ombra o la sua lacerazione interiore o la sua reinvenzione/amplificazione) trovano esperienza di racconto. Un corpo che a sua volta diventa matrice ovvero dimensione del molteplice, inquietudine identitaria, continua appropriazione e scomposizione di differenti livelli e sostanze (questa mostra a due voci – e a due corpi, verrebbe da dire - è un assieme non soltanto di tecniche e modelli di ricerca del visivo, ma anche perfetta combine di sensazioni, processi di sintesi e intrecci del possibile espressivo). Una mostra in cui la dimensione del corporeo (attraverso un procedere visionario volutamente scomposto, spezzato, reso schermo, scarnificato, ripetuto a matrice) con vera forza si ripropone con la consapevolezza che soltanto nella definitiva effrazione del magma illusorio del simulacro (seppur nella ramificata complessità di ogni dire artistico) possiamo ritrovare quelle verità in altro modo inesprimibili. Tra arcaismi e intimità, frammenti estratti dalle tensioni del politico e ombre del simbolico si dispiega l’indagine visiva dei due artisti. Indagini dove l’ansia della perfezione nella costruzione e l’inquietudine del proprio tempo realizzano uno scenario denso per emozioni, slancio della sperimentazione, fratture di registri espressivi precostituiti e stabilendo - con forza d’artista - la dinamica della contaminazione come cardine portante per poterlo indicare a piena voce il nostro contemporaneo. La ricerca espressiva di Marcello Di Donato e Giuseppe De Marco convince, non solo perché vorace dialogo di differenze; non solo perché i temi sono quelli che ora bisogna raccontare (senza facili nascondimenti o sempre banali concessioni); non solo perché la pienezza dell’attualità ci deve spingere verso sintesi e totalità di tecniche e pratiche dell’artistico… ma convince soprattutto perché il saper fondere assieme l’emotività e la storia (la malinconia e la cronaca, l’azione teorica e l’avanzamento del poetico), sono il vivo pulsare della pratica delle arti. Pratica che può esistere ed ha valore unicamente se intrisa di sincerità, concreta sperimentazione e convinzione d’orizzonti di vita. Una dimensione artistica, questa di Marcello Di Donato e Giuseppe De Marco, che riesce a farci identificare con gusto d’innovazione stilistica l’atelier d’artista come mitica “fabbrica di sogni ed immagini” e al contempo fondamentale “manifattura per le forme” (Michel Onfray) dove poter con lucidità e vigore essere visionari e raccontarlo il mondo. E del mondo inseguirne la raggiante miriade delle linee di fuga e coglierne i motivi d’esistenza e nullificare (per sempre) le tracce di retorica e gli immancabili “ritorni all’ordine” di fine stagione o inizio epoca. Insomma… sintesi, lotta e visionarietà devono (ancora una volta) echeggiare nell’urlo della modernità delle arti. Tutto il resto è routine professionale.

(Tetsuo)


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