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6 Giugno 2008

Il sarto di Gomorra

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La potenza delle immagini e dei suoni ha fissato la violenta e lucida denuncia di Roberto Saviano nel nostro immaginario, ci ha spostato dalle poltrone dei multisala dentro una realtà che fa parte di noi, è “cosa nostra”. Viene da chiedersi cosa ci si può aspettare guardando gli incroci hesceriani di Scampia da chi ci è stato relegato. Nascere in un carcere di cemento scrostato significa partire in ultima fila o, ancora peggio, stare fuori gara. A Gomorra, ci raccontano Saviano e Garrone, non c’è scampo. L’unico personaggio del film che sembra lasciare un filo di speranza è Pasquale, il sarto che fugge dalla bruttezza elevata a sistema, creando bellezza. Nella sua pacata rassegnazione c’è il paradigma dell’animo italiano che, fuori da ogni retorica, ha nel Dna l’istinto al bello. Un paradosso esistenziale, come tirare fuori diamanti come diceva De Andrè dalla monnezza. Pensavo, uscendo dal cinema, da dove cominciare. Inviare l’esercito? Rinforzare il controllo della legalità? Sarebbe forse già un segnale, ma è un palliativo, utile a fare demagogia in tempi in cui di demagogia si vincono le elezioni. La vera rivoluzione nelle centinaia di Scampie italiane è la restaurazione della bellezza. Il letame produce vermi, non diamanti. La speranza si costruisce perchè per averla bisogna nascerci e poterla respirare.
Si comincia con la demolizione del mostro, simbolo dell’abbandono di interi pezzi di civiltà. Le scampie si distruggono come ci hanno insegnato i nordeuropei che hanno raso al suolo interi città-quartiere, sperimentazione degli anni bui (Runcorn, Thamesmead…) e si ricostruisce come stanno provando a fare in Colombia. Con centri di aggregazione, biblioteche, campi da gioco, spazi per suonare e per creare. I soldi? Gli stessi che bisogna spendere oggi per presidiare interi territori, per costruire carceri per contenere il prodotto della civiltà mancata. Dopo che quella stessa civiltà ha saputo offrirgli solo Scampie. a-pizzola


2 Commenti a “Il sarto di Gomorra”

  1. lorenzo scrive:

    Continuare a pensare all’architetura come la soluzione dei problemi sociali è un’illusione, che si è frantumata con il movimento moderno…

    Spazi di aggregazione, per suonare, parchi? sembra una bella favola…

    Forse non vi è chiaro che quella è la loro identità e da lì devi partire.

    Mettere dei napoletani nella Siedlung tedesca evoluta è un po’ come mettere degli eschimesi in Ghana e sperare che ci si trovino a loro agio…

  2. brazil scrive:

    Lorenzo, non sono fra quelli che credono che l’architetto è il demiurgo della società. Conosco e depreco tutti i fallimenti del movimento moderno. Ma. Tu, come tanti di noi, sei cresciuto avendo delle chance. Ti sei formato succhiando dal tuo contesto le occasioni che stai sfruttando per la tua vita. Creare occasioni è l’unica risposta per lo Zambia, tanto per Scampia. Se poi queste occasioni le crei partendo dall’identità della gente che abita questi posti vuol dire che hai fatto centro. Se su 100 di loro 1 trova uno spazio per fuggire è già un risultato.

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