
Quello che si sta consumando a Gaza in questi giorni è lo scontro fra l’avamposto della società occidentale nel sud del mondo e la civiltà che lo abita. Un bubbone atavico, prodotto dal senso di colpa di una folle crudeltà collettiva, l’assurdo conflitto fra due civiltà messe a macerare su un fazzoletto di terra che sembra maledetta da sempre da ogni dio. Fuori dalle ragioni dell’una e dell’altra parte il conflitto va guardato quale realmente è, nella sua prospettiva storica. Un pezzo di una civiltà in decadenza, quella ricca occidentale che si trincera nelle sue certezze, erigendo muri e sollevando la gobba, come un gatto stretto al muro da un avversario feroce, che fa la voce grossa prima di capitolare.
Non ha senso questa guerra, più di altre, perchè è questione di tempo ma la Storia, che non guarda ragioni o torti, farà prevalere l’unica ragione che conosce, quella della forza e della rabbia. Alimentare la rabbia è controproducente, se se ne fa un discorso di strategie. Bisognerebbe insegnare a scuola la decadenza dell’impero romano e le ragioni che hanno portato alla disgregazione di una civiltà florida che basava sulla forza la sua egemonia, polverizzata sotto gli attacchi di popolazioni barbare dal nord al sud del mondo. Quando i Romani, indeboliti dal prodotto della loro stessa superiorità e dalla corruzione, rammolliti dal superfluo di cui vivevano, finirono per capitolare di fronte alla rabbia repressa per secoli di chi si sentiva vittima di quel sistema.
Come i suoi antenati l’Occidente è cresciuto sfruttando le risorse del pianeta e i popoli meno potenti, manodopera a basso costo per lo sviluppo del suo capitalismo, ormai malato. La storia si sta compiendo.
Quindi o ci si siede attorno a un tavolo, moderati, estremisti, democratici e intolleranti, con il fardello delle proprie ragioni e dei propri limiti; o ci si mette in testa che occorre mollare una parte dei privilegi augurandosi che ci sia ancora spazio per un confronto, oppure la Storia, che sia giusto o meno, si riapproprierà prima o poi (e sembra che il poi si stia avvicinando) di quanto le appartiene. Ai fratelli israeliani deve andare il nostro monito fermo e imprescindibile, perchè loro, fuori dalle ragioni o dai torti, sono semplicemente il nostro avamposto in terra straniera. Caduto l’avamposto, si travolgeranno le retrovie. Questo, a rileggerlo senza pregiudizi, ci insegna la Storia.
a.pizzola
Un Commento
In realtà la questione palestinese è una sorta di versione in chiave moderna, esasperata e ingigantita, di Fontamara. Al di là di tutte le retoriche ideologiche e di tutti i conflitti religiosi, questi disgraziati da decenni si ammazzano fondamentalmente per una questione di sopravvivenza legata al controllo delle risorse idriche. E siccome da quelle parti non è che l’acqua abbondi, deviare uno dei tre fiumiciattoli esistenti significa davvero vivere o morire. Sai quanto gliene frega ad un colono ebreo ortodosso della democrazia o ad uno sfollato di Gaza di avere un governo riconosciuto dalle Nazioni Unite. Meno retorica e più docce, vedrai che pure i palestinesi si calmano.