In attesa di vedere questa benedetta simil-legge sulla casa e sulle economie derivate, astenendoci dal dare giudizi su enunciazioni di principio, come crediamo dovrebbe fare l’intero Paese, due parole sull’edilizia nel nostro Paese, fuori dai luoghi comuni che intasano i media ele poche intelligenze sopravvissute in questi giorni.
L’Italia ha un rapposto ambiguo con le regole, e questo è risaputo. In particolar modo riguardo l’edilizia, fonte di economie importanti dal dopoguerra. Tutti nel 900 hanno tirato su mattoni, dal calzolaio al docente universitario, gran parte in qualche modo al limite delle regole, nonostante nessuno si voglia definire “abusivo”.
L’abusivismo, male esclusivo del BelPaese, sconta peccati secolari, di cultura e di atteggiamento del cittadino rispetto alla cosa pubblica, “affare di altri”. Da una parte un sistema di regole mai inquadrate in una seria legge quadro (in materia l’unico corpus sistematico è del 1942), che ostacolano – attraverso circolari, cavilli, legacci e vincoli – lo sviluppo trasparente e armomico del comparto.
Dall’altra il costume diffuso e alimentato dalla scarsa chiarezza della norma, di essere ognuno in cuor suo padrone del pezzetto di cosa pubblica che gli è toccato in sorte. Il sistema di controllo dell’attività edilizia è corrotto da sempre, si alimenta dell’interpretazione della norma confusa e vessatoria. Il risultato di tutto questo è la crescita indiscriminata, da nord a sud, di una pessima qualità nell’edilizia e del ristagno delle economie relative. Non si costruisce più perchè il territorio è saturo ma non si creano occasioni di ripristino, ammodernamento e trasformazione del patrimonio edilizio esistente – storico e non.
Attorno a questo sistema malato l’ipocrisia del controllo ambientale, del protezionismo esasperato dell’esistente che arriva a estremi insopportabili e paradossali, per cui se uno ha un magazzino interrato in centro deve lasciarlo così ma se ha un terreno in periferia può tirarci su l’impossibile, pagando la mazzetta all’ispettore di turno.
Far ripartire l’economia? Semplice. Primo: valorizzare cm per cm il patrimonio edilizio esistente, dando la possibilità di smontarlo e rimontarlo secondo le esigenze, cambiargli l’uso a seconda delle richieste, promuovendo e sostenendo la qualità attraverso incentivi sulle tasse a chi propone architettura e non vernacolari esempi di ville finto-romane. Secondo: vigilare sul realizzato, fuori dal consentito, con l’abbattimento coatto immediato di tutto quanto è fuori dalle regole.
Prima si offre l’ooportunità e poi si restringono le regole che sono poche, chiare e imprescindibili. Tutti avranno la certezza del diritto e del dovere. Il resto, ovvero quello che siamo costretti a sopportare in questi giorni, sono chiacchiere da Bruno Vespa, utili a confonderci per non guardare la realtà. A destra e a sinistra.
a-pizzola