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Le idee dei “giovani” architetti

Ho 43 anni e sono considerato un “giovane architetto”. Ho sempre diffidato di chi mi definisce giovane perchè o è un vecchio che non vuole sentircisi o un cliente che cerca lo sconto sulla parcella.
Oggi, improvvisamente, il Paese si ricorda che esistiamo. Il Premier chiede ai giovani architetti di farsi avanti e presentare idee per [...]

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Ho 43 anni e sono considerato un “giovane architetto”. Ho sempre diffidato di chi mi definisce giovane perchè o è un vecchio che non vuole sentircisi o un cliente che cerca lo sconto sulla parcella.
Oggi, improvvisamente, il Paese si ricorda che esistiamo. Il Premier chiede ai giovani architetti di farsi avanti e presentare idee per la ricostruzione de L’Aquila, distrutta dal terremoto. Ci chiamano adesso che non ci sono nè soldi nè idee, perchè si sa che in questo Paese i giovani professionisti vivono come tutti i loro  coetanei, facendo volontariato, e hanno tempo e soldi per elaborare progetti da regalare al Paese.
Perchè – chiederei al Premier – fino ad oggi non si vi siete mai preoccupati di sapere cosa pensavamo noi “giovani architetti”  – perchè qualcosa pensiamo anche noi nel nostro quotidiano grattare il fondo- e di come abbiamo fatto a campare senza rinunciare a quel minimo di ricerca che ci ostiniamo a produrre, nella professione come nelle università, per pura passione.
Te lo dico che penso. IO mi rifiuto di regalare la mia intelligenza e il mio lavoro a questo Stato.
Primo perchè lo Stato ha le sue precise responsabilità per quanto è successo, così come le ha la mia categoria – ogni volta che ha avallato le meschinerie che il sistema imponeva – e queste responsabilità vanno risolte. Prima di tutto con i soldi, che la classe dirigente per prima e l’intero Paese subito dopo, deve tirare fuori.
Quindi la ricostruzione si deve fare, subito, e con i soldi pubblici, pagando i progetti come le costruzioni, i professionisti e gli operai. Bene, senza ribassi, perchè – come si è visto- sui nostri edifici non si può rispiarmare. E poi controllando, visto che questo Paese è stato educato al ladrocinio, garantendo che chi controlla non sia più ladro di chi è controllato.
Secondo perchè voglio decidere io quando e come aiutare i miei simili rimasti senza casa, mettendo a loro esclusiva disposizione la mia professionalità.
Terzo – e non ultimo – perchè la ricerca che questo Stato si ostina a non finanziare, non produce più nulla da decenni: non un modello di futuro, nell’architettura come nella società, per ricostruire L’Aquila e il resto del Paese devastato dalla mancanza di progetti e di idee.
Quarto. Perchè questo terremoto -nella sua drammatica devastazione – ha dato il colpo di grazia a tutti, il segnale che bisogna ricominciare davvero con un’altra visione della realtà che lei, mi dispiace, premier, insieme a tanti suoi predecessori, non avete da tempo.
Il senso del terremoto – a volerne cercare uno- è questo, l’occasione per ricostruire daccapo. Lo dobbiamo ai tanti che abbiamo sacrificato.

Antonio Pizzola
architetto

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