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WORKSHOP//Dal principio del “No Profit” al business etico in cultura

L’Industria Culturale è, in Italia, una eccellenza: il business che ne deriva può e deve essere ampliato fino a costituire un caposaldo per il rilancio dell’Economia. Questo comparto si alimenta del “giacimento creativo” che opera ...

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19 Maggio 2009

Il disagio dei Residenti

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E’ da un pò, non da sempre, che la gente si lamenta del “rumore”. Il “disagio dei residenti” è diventata un’esigenza prioritaria, un diritto inalienabile pari alla libertà di pensiero. Il nostro condominio, che ci ha scritto per il fastidio del sabato sera mensile di MakingOff, - gente che chiacchiera fino a mezzanotte!!!! e addirittura la musica!!!!- aveva già decretato il divieto ai bambini di giocare nel cortile, perchè non ci fanno riposare!

Testaccio ha inventato la ZTL, 16 pattuglie di vigili fermi in macchina due notti a settimana fanno, conti alla mano, 20.000 euro al mese di soldi pubblici per tutelare il silenzio nel rione. Intere flotte di associazioni di residenti che espongono, denunciano, si riuniscono, complottano, emanano editti conominiali per regolare il silenzio. Perchè senza silenzio non si può ascoltare la tv, il ronzio di sottofondo della nostra insulsa quotidianetà.

E dico Testaccio perchè qui la contraddizione è evidente: nemmeno 20 anni fa il Rione romano più popolare, il quartiere di Gabriella Ferri, passava le notti fuori di casa e nelle cantine a bere e cantare. Questo ingentilimento del popolo, questo odore di civiltà composta che prende le distanze dalla nostra autentica cultura latina- lerci e sudati a fare notte per strada- ha reso le nostre città morte come la gente che le abita. Risiedere è diventato sinonimo di riposare, non di vivere, perchè le attività debbono esserci ma in un altrove indecifrabile. - Andate a far casino da un’altra parte!, spostiamo i locali fuori dal quartiere, le notti bianche fuori dalla città, come se l’altrove, la periferia extracomunitaria e rumorosa, sia la nostra fogna, lo sfogo degli istinti inconfessabili che la città nasconde.
La verità è che la città come chi la abita è vecchia. Oltre il dato anagrafico che pure ha la sua importanza, è stanca di guardare gli altri, di starli a sentire e, quel che è peggio, è invidiosa che ci sia qualcuno che si sappia divertire. In nome dell’Ordine e della Sicurezza si costituiscono ronde, si fa divieto di bere e fumare, si limita l’impatto acustico dei concerti. Superare il limite consentito di decibel è reato penale, come coltivare mariuana, molto più grave di portare in bancarotta un’azienda dichiarando il falso.

Questo perbenismo da messa della domenica, quest’ansia di tranquillità dentro le mura -fuori l’ingovernabile- ci ha già portati giorno dopo giorno tutti a trovare ragioni dove non ce ne sono, a mortificare l’esigenza primaria dello stare con gli altri per il - nn si sa perchè- più importante diritto al riposo. Il riposo della morte.

a.pizzola


19 Aprile 2009

Le idee dei “giovani” architetti

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Ho 43 anni e sono considerato un “giovane architetto”. Ho sempre diffidato di chi mi definisce giovane perchè o è un vecchio che non vuole sentircisi o un cliente che cerca lo sconto sulla parcella.
Oggi, improvvisamente, il Paese si ricorda che esistiamo. Il Premier chiede ai giovani architetti di farsi avanti e presentare idee per la ricostruzione de L’Aquila, distrutta dal terremoto. Ci chiamano adesso che non ci sono nè soldi nè idee, perchè si sa che in questo Paese i giovani professionisti vivono come tutti i loro  coetanei, facendo volontariato, e hanno tempo e soldi per elaborare progetti da regalare al Paese.
Perchè - chiederei al Premier - fino ad oggi non si vi siete mai preoccupati di sapere cosa pensavamo noi “giovani architetti”  - perchè qualcosa pensiamo anche noi nel nostro quotidiano grattare il fondo- e di come abbiamo fatto a campare senza rinunciare a quel minimo di ricerca che ci ostiniamo a produrre, nella professione come nelle università, per pura passione.
Te lo dico che penso. IO mi rifiuto di regalare la mia intelligenza e il mio lavoro a questo Stato.
Primo perchè lo Stato ha le sue precise responsabilità per quanto è successo, così come le ha la mia categoria - ogni volta che ha avallato le meschinerie che il sistema imponeva - e queste responsabilità vanno risolte. Prima di tutto con i soldi, che la classe dirigente per prima e l’intero Paese subito dopo, deve tirare fuori.
Quindi la ricostruzione si deve fare, subito, e con i soldi pubblici, pagando i progetti come le costruzioni, i professionisti e gli operai. Bene, senza ribassi, perchè - come si è visto- sui nostri edifici non si può rispiarmare. E poi controllando, visto che questo Paese è stato educato al ladrocinio, garantendo che chi controlla non sia più ladro di chi è controllato.
Secondo perchè voglio decidere io quando e come aiutare i miei simili rimasti senza casa, mettendo a loro esclusiva disposizione la mia professionalità.
Terzo - e non ultimo - perchè la ricerca che questo Stato si ostina a non finanziare, non produce più nulla da decenni: non un modello di futuro, nell’architettura come nella società, per ricostruire L’Aquila e il resto del Paese devastato dalla mancanza di progetti e di idee.
Quarto. Perchè questo terremoto -nella sua drammatica devastazione - ha dato il colpo di grazia a tutti, il segnale che bisogna ricominciare davvero con un’altra visione della realtà che lei, mi dispiace, premier, insieme a tanti suoi predecessori, non avete da tempo.
Il senso del terremoto - a volerne cercare uno- è questo, l’occasione per ricostruire daccapo. Lo dobbiamo ai tanti che abbiamo sacrificato.

Antonio Pizzola
architetto


16 Aprile 2009

Una lezione di laicità

foto da “La Repubblica”

Qualche giorno fa è morta Roberta Tatafiore. Non era nota a quello che si definisce “il grande pubblico”, ma è stata una delle menti pensanti più lucide rispetto alla condizione femminile in generale ed in Italia in particolare. Ha scelto di andarsene suicidandosi, compiendo una di quelle scelte tipiche delle persone portatrici di grandi e mai esibite sofferenze intellettuali ed emotive.
Ho creduto di rendere omaggio a questa persona particolare pubblicando sul sito un articolo da lei scritto tempo addietro sulla vicenda di Eluana Englaro. Un articolo in cui lucidità, sobrietà, delicatezza, sofferta decenza, offrono una lezione di rarissima qualità su come andrebbe pensata la laicità prima nel privato e poi nel pubblico.

Giulio Mastrogiuseppe

Roberta Tatafiore: “Dalla parte di Eluana (contro tutti)”

dal Secolo XIX

Eluana EnglaroSabato scorso ha avuto emorragia mestruale, Eluana Englaro, ribattezzata dal grande Guido Ceronetti «la farfalla imprigionata». Per qualche ora intorno al suo capezzale si è fatta folla in apprensione: suo padre, naturalmente, l’amico e medico di fiducia, altri medici, le suore, gli infermieri. E, fuori, la folla dei giornalisti. Quindi, chi ne aveva i titoli ufficiali, ha deciso di non intervenire. L’emorragia si è arrestata. Non si sono però arrestate le dichiarazioni: quella di guerra del vicepresidente dell’Ordine nazionale dei medici che ha rimproverato i curanti per non aver effettuato immediatamente una trasfusione di sangue; quella di pace dell’arcivescovo della diocesi di Milano, Dionigi Tettamanzi, che ha invitato tutti al silenzio in rispetto della paziente e di quanti le vogliono bene. Mentre scrivo questa rubrica, Eluana continua a vivere in stato vegetativo, nutrita e idratata artificialmente. Ha l’elettroencefalogramma piatto, pertanto non sappiamo se abbia delle percezioni e quali. Non sappiamo quanto possa rendersi conto dell’ambiente che la circonda; sappiamo, però, che non può percepire la propria immagine corporea e che, tanto meno, può prendere atto di essere diventata il simulacro di una lotta senza quartiere per il controllo della morte, qui e ora, nel nostro paese. E’ una lotta violenta, a tratti angosciante, giocata intorno a una serie di domande antiche quanto il mondo: a chi appartiene la nostra vita, l’unico dono che non possiamo rifiutare? Appartiene a ciascuno di noi? Alla società? A Dio?

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7 Aprile 2009

Il nostro dolore segreto

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Nel Dna di noi abruzzesi c’è poco spazio per l’autocommiserazione. Il dolore ce lo portiamo dentro come un segreto silenzioso, il rifiuto di accettare la fragilità di fronte all’ineluttabile. Si è detto in queste ore della dignità della gente delle montagne appennine che di fronte alle telecamere non ostenta vittimismi, non piange aiuto, non grida allo scandalo di una cattiva gestione del territorio.

Non c’è tempo di piangere perchè l’orgoglio di doversi scoprire indifesi diventa rabbia muta, che non si condivide. Restii ad accettare l’aiuto perchè l’orgoglio -a volte stupido e insensato- lo legge come pietà e il nostro Dna non contempla la pietà.

Vivere sotto l’ingombrante massa della montagna ci ha reso consapevoli della presenza immota delle cose, disposti ad accettarne l’ira quando la terra sembra incazzarsi per un capriccio o solo per il costante lento alternarsi delle stagioni. La Natura non è amica e non è nemica, il gigante sopra di noi non aiuta nè tantomeno si vendica. Fa la sua strada, incrociando il nostro destino senza che nessuno possa sovvertirne il processo.

Con il terremoto noi abruzzesi abbiamo imparato a conviverci: sappiamo che dobbiamo sacrificargli vite e cose, a un certo punto è così, come un mostro che vive nelle nostre viscere e ogni tanto si sveglia a ricordarci che la nostra serenità è a tempo. Il nostro è un destino di pareggio: non ci premia del quotidiano duro vivere ma nemmeno si vendica, perchè non ce ne è ragione. La nostra forza, testarda e caparbia sa di dover capitolare quando il destino mostra i denti e chiede ragione della sua ineluttabilità. Ne abbiamo coscienza ma non vogliamo esternarlo, il lutto è un abito nero che si lava nei torrenti delle nostre pietre.
Abbiamo ricostruito centinaia di volte nei secoli le nostre case e le nostre città, ogni volta ferite a morte dal gigante che si risveglia, quotidianamente, in silenzio.

Per questo non chiedeteci se vogliamo aiuto, datecelo e basta.

Non ci sperticheremo in ringraziamenti, non loderemo il capetto che farà bella mostra di sè, non pubblicheremo elenchi di donatori che vogliono sentirsi buoni. Ma non dimenticheremo chi ha saputo stare al nostro fianco, come non dimentichiamo chi ha depauperato la nostra terra e ne ha fatto mercimonio.

Il nostro grazie non si dice, si appoggia muto nel silenzio della montagna che contempla indifferente il disastro ai suoi piedi.

antonio pizzola


4 Aprile 2009

Natalia Saurin - MakingOFF#2


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