8 Novembre 2006
1x100 con Cemat
Questa mattina al Goethe Institut di Roma la fondazione Cemat, ente di promozione musicale, ha organizzato un’interessante tavola rotonda “Incontro sullo stato dell’arte contemporanea” al quale ha partecipato Antonio Pizzola per il Move On 1x100, nell’ambito del festival sui dieci anni di attività della fondazione.
Si è discusso di economia della cultura, dei fondi reintegrati dalla finanziaria in parlamento ma ancora lontani dai 500 milioni di euro del pre-Berlusconi, dello stato pietoso in cui versa il settore, del mancato riconoscimento dello status di musicista dal punto di vista legislaztivo, previdenziale, assistenziale oltre che culturale, dell’incapacità di esprimere talenti veri entro i confini nazionali e di tutti i discorsi che ormai purtoppo neanche ci meravigliano.
C’erano fra gli altri, Alessandro Sbordoni di R.I.T.M.O., Maurizio Feraud del sindacato musicisti, il senatore Carlo Fontana, rappresentanti del Ministero dei BBCC, Vittorio Emiliani, Teresa Azzaro, Michelangelo Lupone e tanti altri operatori culturali, compositori, musicisti, coordinati dalla direttrice di Cemat Gisella Belgeri.
L’intervento di 1x100 ha posto l’attenzione sulla necessità della rete, da una parte, ampiamente condivisa da quasi tutti gli intervenuti, per formare una coscienza e una forza d’impatto significativa, e dall’altra sulla necessità di superare il tabù del finanziamento pubblico per cominciare davvero a immaginare un paese dove istituzioni, imprese e cittadini lavorino ad un progetto comune.
I soldi dei privati, ha detto Antonio Pizzola, sono necessari. Occorre uscire dal vizio intellettualistico secondo cui cultura e denaro sono concetti antitetici: se siamo in questa situazione è in parte colpa anche di questa posizione. Come bisogna uscire dalle contorsioni burocratiche di leggi e leggette, commissioni di controllo, valutazioni di parametri, distinzioni anacronistiche fra associazionismo e impresa, fra regimi d’Iva diversificate.
Occorre davvero lavorare ad un’idea imprenditoriale di cultura, che resta l’unica risorsa anche economica per il nostro paese. Chi produce cultura deve essere equiparato dal punto di vista economico a chi produce beni e servizi. Chi vende un’opera d’ingegno è giusto che ne tragga guadagno e chi ne fa un’impresa è ora che sia considerato esattamente come un imprenditore. Possiamo discutere sui termini, sui dettagli, sulle differenze ma il principio che deve passare è sacrosanto. Ai politici il compito di trasformare in legge il principio, ammesso che questo stesso principio, apparentemente semplice e condivisibile ai più, non nasconda interessi e privilegi che è meglio non scomodare.
Non solo i tassisti fanno le barricate.
Grazie agli amici della Fondazione Cemat e complimenti per il livello del dibattito.
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