di Cristiana Mastropietro
MAYA
- Spazio 1999 - seconda stagione
Quello che ricordo è che era il 1976, e che una broncopolmonite che oggi ho stabilito essere una somatizzazione della separazione dei miei genitori mi teneva a letto. Questo mi consentì di vedere il primo episodio della serie di sci-fi che più ho amato, Spazio 1999, non a caso intitolato Separazione, l’antefatto in cui la Luna esce fuori dall’orbita attorno alla Terra e si perde nello spazio. Il plot era semplice: sulla Luna alla deriva c’è una colonia di terrestri con divise tipo pigiamini di lycra, comandata da John Koenig –un Martin Landau anni ’70 da urlo- che ad ogni episodio incontra alieni buoni o cattivi. Il comandante Koenig ha un rapporto d’amore platonico quanto irritante con l’affascinante quanto algida dottoressa Helen Russell. La serie era ideata dagli inglesi Gerry e Sylvia Anderson, marito e moglie e già creatori di Ufo e Thunderbirds, in pratica due geni. Gli anni passano, la broncopolmonite pure e i miei divorziano, ma Spazio 1999 resta nel mio cuore: continuo a seguirlo quando la Rai lo dà in replica, scopro il satellite proprio quando Canal Jimmy acquista tutte le puntate, infine trovo il cofanetto di DVD. Poi un anno fa una sera rivedo un episodio particolarmente inquietante, forse Fiocco azzurro su Alpha o L’Ultimo Tramonto, e mi collego a Internet: comincio a navigare nell’infinità di siti dedicati a Spazio 1999 -in particolare segnalo Marco Vittorini’s Space 1999- e mi viene in mente di saperne di più su Maya. Maya era l’aliena embedded della base lunare, arruolata durante uno degli episodi e trascinata nella seconda serie perchè la produzione da inglese era diventata americana e voleva quella che oggi si chiamerebbe la gnocca. Indimenticabile il suo arrivo a bordo vestita praticamente sera in abito da sera lungo di lamè, tirabaci di fondotinta sfumato e sopracciglia in bassorilievo. Su noi ragazzini l’aliena Maya esercitava un fascino straordinario: i maschi come mio fratello sbavavano per la sua bellezza, ma noi femmine eravamo ammaliate dal suo superpotere: trasformarsi in qualunque creatura dell’universo, da un gufo a un mostro alieno. Su Internet scopro che Catherine Schell, l’attrice che interpretava Maya, ha nobili origini ungheresi, è fuggita dal comunismo alla volta del mondo libero, ha recitato in uno 007 e nella Pantera Rosa prima di diventare il sex symbol di Spazio 1999. Non solo: scopro che oggi vive in Francia, dove gestisce un Bed and Breakfast, e io che sto per partire in macchina alla volta di Barcellona per le feste di Natale convinco non so come i miei compagni di viaggio a fare una piccola deviazione verso l’impervia regione dell’Auvergne, dove c’è il B&B dell’aliena. Già mi vedo dormire chez Maya, alzarmi la mattina, vederla servire la colazione mentre firma autografi. Riesco a trovare anche il numero di telefono di Maya, arrivo in Francia ma l’Auvergne è praticamente isolata dalla neve e i miei compagni di viaggio giustamente non ci pensano proprio a Maya. E così rinuncio, rinuncio a lei, che resterà per sempre imprigionata nel mio cuore col suo pigiamino di lycra e le sue basette a virgola, senza invecchiare mai, senza smettere mai di essere Maya. E proseguo per Barcellona per dimenticarla. E’ passato un anno, ma non sono guarita: qualche giorno fa ho trovato il sito di un convegno di fanatici di Spazio 1999 tenuto a New York pochi anni fa. In una foto c’è una signora con i capelli rossi che firma autografi. Niente tirabaci a virgola, niente sopracciglia in bassorilievo. Non è più Maya, Maya non esiste mi dico. Ma non è detto che con la bella stagione non vada a verificare nell’Auvergne.